Ho letto con il respiro corto — per l’angoscia, per il dolore — il reportage di Adriano Sofri da Oslo. Spero che tutti voi lo abbiate letto, e che anche il vostro respiro si sia fatto corto, perché così mi sentirei meno solo. I norvegesi stanno cercando di decidere se l’infame ragazzicida Breivik sia soprattutto un criminale o soprattutto un pazzo. O, se volete, se si diventa nazisti perché si è pazzi, o si diventa pazzi perché nazisti. La decisione – Sofri lo spiega bene, e lo fa “da norvegese” – compete al rango (altissimo) che quel tribunale si è dato: il rango del diritto e della democrazia, che perfino quando deve abbassare lo sguardo per giudicare un pidocchio, sa bene che “pidocchio” non si deve dire e non si deve neppure pensare. Confesso di sentirmi, ogni volta che leggo di Breivik, al di sotto di quel rango. Sapevo che un ragazzo arabo, scampato alla strage, in tribunale aveva lanciato una scarpa contro Breivik. Ma non sapevo – Sofri lo racconta – che sull’isola, mentre l’orco biondo ammazzava ragazzini che non gli parevano abbastanza biondi, un paio di loro, di origine cecena, hanno cercato inutilmente di affrontarlo tirandogli sassi. Darei non so che cosa perché un solo sasso lo avesse folgorato alla tempia. Assurdamente prego, a cose fatte, a ritroso, perché qualche dio meno distratto degli altri guidi quella traettoria.
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PER CHI NON L’AVESSE LETTO. ECCO L’ARTICOLO DI SOFRI AL QUALE SERRA FA RIFERIMENTO:
L’infame sorriso del mostro di Utøya
di Adriano Sofri
L’aula del processo a Breivik è piccola e raccolta, non c’è barriera a separare l’imputato, i testimoni siedono a due passi da lui. Anche gli scampati. Per alcuni è la seconda volta. Tonje Brenna, 24 anni: «Sentivo l’odore della polvere da sparo. Sparava, rideva e gridava di gioia». Husein Kazemi, afgano di Herat, 20 anni: «I nostri sguardi si incrociarono. Era vicinissimo». Si buttò in acqua, benché non sapesse nuotare, l’acqua era rossa. Fu colpito tre volte. Anche Mohammed Hadi Hamed, 21 anni, ha sentito l’odore della polvere e della carne bruciata del cadavere che gli è caduto addosso, e ha pensato di essere tornato nel suo Iraq, «perché una cosa così è impossibile in Norvegia». Ora gli è seduto accanto, mutilato di un braccio e una gamba. Storie così, centinaia. Come l’adolescente ceceno che chiama al cellulare il padre, e lui gli dice che devono reagire, e raccolgono delle pietre, lui un compagno ceceno e un altro e vanno contro Breivik. Siedo nell’aula così intima mentre gli psichiatri si danno battaglia, e la signora Wenche Arntzen, 53 anni, che presiede, non ha mai bisogno di alzare la voce. Nemmeno per ammonire Breivik che spiega alla pubblica accusatrice che lei è bionda e attraente e per proteggere la sua razza lui ha dovuto trucidare quelle 77 persone. Il tribunale ha proibito le trasmissioni dei suoi interventi, ma gli permette di commentare testimoni e periti. Ha smesso l’aria di sfida delle prime comparse, sta lì con una compassata untuosità, quando gli psichiatri citano qualcuna delle sue enormità sorride, come per dire: «Eh, ma questa è davvero grossa», e come se a farla così grossa fosse stato un altro. Da settimane i norvegesi parlano o sentono parlare di schizofrenia paranoide e psicosi. Sul resto non c’è discussione: Breivik rivendica tutto: l’autobomba che ha ucciso 8 persone a Oslo, i 69, per lo più ragazzi e ragazze, trucidati a Utøya. Dicono che un norvegese su quattro conoscesse almeno una delle vittime, e citano i versi di Nordahl Grieg (1902-1943): «Siamo così pochi in questo paese / ogni uomo che cade ci è fratello o amico».
Il processo è stato drammatico finché toccava a superstiti e famigliari. Poi sono rimaste le opposte scuole psichiatriche. Nelle 1500 pagine del suo “Manifesto” Breivik millantava il proprio martirio, e l’ha ripetuto ieri. Mentre ancora mitragliava gli inermi a Utøya chiamò la polizia per avvertire che si sarebbe arreso, e quando la polizia — tardi — arrivò, le si consegnò docilmente: un vigliacco. Ora è lì, i periti citano brani dei più deliranti, e lui, il cavaliere templare, sorride divertito come per uno scherzo riuscito. Giornalisti e pubblico sorridono, o ridono apertamente, ma di colpo si accorgono che lui sorride o ride esattamente come loro, esattamente delle stesse baggianate. C’è qualcosa di insopportabile in questo. Ma attenzione: non è andata sempre così. L’11 maggio l’aula ospitava il ventenne Hayder Mustafa Qasim, appena arrivato dall’Iraq. Quel giorno i periti riferivano sull’autopsia di suo fratello, Qarar. Il giovane assistette in silenzio, si guardò attorno, non riuscì a spiegarsi la calma di persone dalla vita spezzata. L’udienza della mattina era avanzata quando Hayder Mustafa Qasim si alzò e lanciò una scarpa verso Breivik, gridando: «Hai ucciso mio fratello! All’inferno! Vai all’inferno!». La scarpa lo mancò. Ma Hayder incrociò, fra le lacrime, lo sguardo di Breivik: «E ho visto che il mio messaggio gli era arrivato». Mentre Hayder usciva dall’aula, quel pubblico così controllato di parenti e cittadini si mise a battere le mani e gridare «Bravo!» e dare sfogo al pianto.
Di tutti i possibili risultati dell’incontro fra la Norvegia “tipica” (“typisk” — è una tipica espressione norvegese) e lo straniero ultimo arrivato, questo era il più imprevedibile e rivelatore. Gli psicologi finalmente ebbero qualcosa da dire, e dissero, pressappoco, che quando ci vuole ci vuole. Che le rose e le canzoni sono una reazione mirabile, ma non bastano, e che c’è un punto di rottura. Non voglio tradire l’episodio riducendolo a una metafora, ma in quel momento la Norvegia (e l’Iraq) dissero molto di sé a qualunque Cavaliere Templare. Ma la corte ha ragione a volere un rispetto meticoloso dei diritti dell’imputato. È la traduzione giudiziaria della promessa di Jens Stoltenberg, il primo ministro, all’indomani della strage: «Reagiremo al male con più democrazia e più umanità». L’avvocato difensore, Geir Lippestad, 48 anni, è un padre di otto figli, laburista impegnato — del partito cui Breivik imputa l’islamizzazione e della cui gioventù ha fatto strage — e ha esitato prima di accettarne l’incarico. Ha chiesto di ascoltare i capi dell’estrema destra. Così la corte si è sentita spiegare che nel 2200 non ci sarà più una sola donna bionda in Norvegia, e altre profezie. La difesa intendeva dimostrare che Breivik non è solo a pensare i suoi deliri. Ma non sono alla sbarra i deliri. Le opinioni deliranti hanno milioni di titolari. Le azioni sono personali, e, per così dire, le opinioni no. Si fermano sulla soglia — sia pure con qualche eccezione imposta dalla storia. La psichiatria vuol maneggiare il trapasso dalle opinioni alle azioni, e tende a stabilire un legame di causa ed effetto fra le due. Il che può portare sia a concludere per la “sanità” («è logia a guidarlo, Breivik non è che un ideologizzato più conseguente degli altri») sia all’insanità («simili opinioni sono deliranti, quindi le azioni sono irresponsabili»). Così rischia di dare per scontato che Breivik abbia fatto quello che ha fatto per le motivazioni che ha fornito. Come quando si rifece il naso, e ora dice di essere stato aggredito da un musulmano che gli ruppe il setto — una bugia, dicono gli amici di allora.
Il dissidio fra psichiatri ha coinvolto ogni dettaglio bigrafico e ogni ingrediente delle sue elucubrazioni. Al principio, e alla fine, c’è un dilemma sofistico: è pazzo chi fa una cosa simile; non è pazzo chi fa una cosa simile. Breivik l’ha preparata per anni. Il paradosso rovescia il gioco delle parti: l’imputato chiede di essere riconosciuto sano di mente, per continuare a pretendersi l’eroe di una crociata; l’accusa chiede di dichiararlo pazzo, il pazzo di casa. Lui protesta che non si prendano sul serio i suoi turbamenti. Non è interessante la sua vita, e non può esserlo diventata grazie alla strage. Anche perché la strage serviva a renderla interessante. Fuori dal tribunale, l’opinione dei norvegesi è per la colpevolezza: in galera, non in una casa di cura. Hanno ragione, credo: l’equivoco sta nel far coincidere la pazzia con l’irresponsabilità. Breivik è responsabile.
In attesa della sentenza (il verdetto verrà il 24 agosto) si prepara una legge ad personam che prevede una cella di prigione adibita a un uso psichiatrico, soluzione salomonica che si adatterebbe a ogni conclusione. Prima delle arringhe finali, si sono risentite in aula voci di famigliari. Un uomo, che ha perso sua moglie nell’esplosione di Oslo, ha detto che lei aveva le unghie colorate di tutti colori diversi. La sua vita è diventata grigia, ma lui non vuole che la Norvegia diventi una società chiusa. E ieri, quando madri e sorelle hanno parlato di nuovo, la gente nell’aula ha pianto e ripetutamente applaudito. Hanno imparato a farlo. Il campeggio di Utvika — “la baia di fuori” — è la terraferma di fronte a Utøya, “l’isola di fuori”, 600 metri di distanza. Da lì, mentre la polizia non arrivava (un’attenuante: stava avvenendo l’inimmaginabile), molti andarono a soccorrere i ragazzi. Ci sono lapidi e fiori, lettere infantili, giocattoli, un po’ dovunque. Più in là è fermo il ferry per Utøya, quest’estate i giovani laburisti non ci andran-no. Bisogna cambiare qualcosa sull’isola, hanno detto. Far passare ancora un po’ di tempo.
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Breivnik è un serial killer e da serial killer va trattato. I serial killer hanno motivi molto fantasiosi per uccidere, e Breivnik non è da meno. Secondo me la razza ariana o le idee naziste c’entrano poco, aveva voglia di uccidere e così ha fatto e va condannato e tenuto isolato fino alla fine dei suoi giorni. Uno così è pericoloso sempre, proprio perché il suo cervello funziona in modo sbagliato.
Rispunta la formula ipocrita dell’incapacità di intendere e di volere. Breivik ha fatto strage con lucida freddezza. A Norimberga i capi del nazismo sono stati processati per crimini contro l’umanità e alcuni condannati a morte. Quello del biondo norvegese è un crimine contro l’umanità attuato con feroce calma e piena consapevolezza. La pena capitale è esattamente quello che merita il mostro di Utoya.
omunculus decojonatus et fallus mancanti scatena suam ipalesem mpotentiam sub omines et foeminas normales. omunculus pazzus non est, sic melius est appendere per cojones at stipitem porta galeras at vitam suam cum mortacci sua!
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Mi ha favorevolmente colpito… emozionante…
secondo me è inutile rovinarsi il cervello per stabilre se è pazzo perchè nazista o nazista perchè pazzo. L’unica cosa che la società deve fare è impedire che individui come questo facciano altre vittime. Le idee non si mettono in prigione, gli autori di atti violenti invece sì.
Ergastolo. Senza telecamere e diffusione mediatica che nutre i molti che hanno idee come queste.
Nazista-razzista=pazzo criminale…..vogliamo giustificare tutti i nazisti, seguaci di una ideologia di morte e tragedie catalogandoli come incapaci di intenedere e di volere? Io non ci stò!…Chiunque predica e provoca tragedie in nome del nazi-fascismo deve essere condannato, io, per dire la verità, li farei scomparire dalla faccia della terra, questi bastardi!
Bravi Serra e Sofri!
“si diventa nazisti perché si è pazzi, o si diventa pazzi perché nazisti”, questa domanda era un riecheggiare costante, strisciante, durante la lettura di “Se questo è un uomo” . Che fu Hittler se non l’esemplificazione di tale mostruosità psichica!? una degenerazione del pensiero, truce al punto da superare la stessa psicosi e sfociare nel demoniaco, il nazismo lo vedo granché così, una materializzazione del male!
CHE SIA UN PAZZO..OPPURE UN NAZISTA NON HA IMPORTANZA ALCUNA.,.L’IMPORTANTE è CHE…NON RIVEDA PIù LA LUCE DEL SOLE..
Grazie Serra per aver lasciato tutto il merito a Sofri, il quale ha scritto un pezzo preciso, ma – lo so che andrò contro a chi l’ha letto – privo di grosse emozioni, Mi ha emozionato molto di più la parte in cui Serra dice: ” Sapevo che un ragazzo arabo, scampato alla strage, in tribunale aveva lanciato una scarpa contro Breivik. Ma non sapevo – Sofri lo racconta – che sull’isola, mentre l’orco biondo ammazzava ragazzini che non gli parevano abbastanza biondi, un paio di loro, di origine cecena, hanno cercato inutilmente di affrontarlo tirandogli sassi. Darei non so che cosa perché un solo sasso lo avesse folgorato alla tempia. Assurdamente prego, a cose fatte, a ritroso, perché qualche dio meno distratto degli altri guidi quella traettoria”..Frasi davvero toccanti!
Sofri, sublime nel descrivere non la disputa tra psichiatri, ma il disgelo di una società troppo fredda, anche di fronte a tanta efferatezza.
Non so che dire, penso che Leone abbia fatto centro!!!
è bella e riesce a riaccendere la speranza la replica di Nives Guerra a un commento che parlava di “vendetta”. La vendetta equivale a una dichiarazione di resa alla violenza brutale ed è un implicito riconoscimento proprio di quel mostruoso abbrutimento che si vorrebbe combattere.
Grazie Maria Grazia…..
di nulla, Nives ! ho solo scritto quello che pensavo…
I pensieri e la solidarietà vanno benissimo, ma anche vendicare la morte di tanti ragazzi innocenti. Qui non ci sono se o ma, se non esiste la pena di morte.,che sarebbe comunque ,poco, carcere duro a vita. A pane e acqua, con la speranza che possa vivere a lungo!
Marisa….la Norvegia saprà fare giustizia…la vendetta è altra cosa…imporrebbe di sparargli in mezzo agli occhi, così da freddargli quello sguardo da lucido assassino!
Sono d’accordo con Nives!!
I limiti della democrazia? Problema di coscienza? Comunque unitamente a Nives e Annamaria,un pensiero alle vittime ed ai loro genitori.
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Sofri sa far pensare e anche piangere. Un pensiero ai ragazzi di Utøya.
si Nives, <3!
Concordo.
Matto ??? No Di Sicuro …… Lucidissimo E Responsabile Per Quel Che è Successo ,,,,,,, Si Merita Tutta La Pena Prevista Dalla Loro Legge ……. Ciao ……..
Non mi interessa se è nato prima l’uovo o la gallina,Breivik è un criminale come chiunque si permetta di sopprimere una vita umana!Non serve scavare per cercare motivazioni ed attenuanti è colpevole e quindi meritevole del massimo della pena prevista dalla legge come dice giustamente Leone!!
Homo homini lupus….Breivik conferma con qualche spunto di ferocia in più, quella massima latina. Non mi pronuncio sui pensieri omicidi che mi suscita il solo guardare i suoi lividi occhi “ariani”.
Non è proprio una massima latina..Il commediografo Plauto aveva un’amara concezione della condizione umana.Questa frase fu ripresa poi da F.Bacone,Erasmo da Rotterdam,J Owen.Ripreso ancora dal filosofo inglese Thoma Bacon,secondo il quale la natura dell’uomo è egoistica e le sue azioni sono determinate dall’istino di sopravvivenza e sopraffazione.Ma questo in uno stao di natura,dove non esiste alcuna legge.Oggi simo in uno stato di diritto,questo assassino va punito come merita e mi auguro che non si discuta di sanità o isanità mentale ,incapacità di intendere e di volere.
Voglio parlare da giurista.
Il problema non consiste, in campo giudiziario, nello stabilire se l’ imputato è matto o meno !
Sarebbe come far fare i calcoli del cemento armato di un grattacielo ad un filosofo !
Non è mestiere suo !
Il problema è stabilire se l’ imputato, al momento di commettere il crimine, fosse o meno in grado di capire cosa stava facendo, fosse cosciente della gravità ed illegittimità del suo comportamento, fosse, insomma, ” capace di intendere e volere “.
Allora, nel caso di Breivik, non vi sono dubbi = egli è lucido responsabile, colpevole e meritevole del massimo della pena previsto dalla Legge
Leone, non sono una giurista, ma condivido tutto ciò che hai scritto.
Sono d’accordo con Leone.
L’orrore senza fine provato al tempo degli accadimenti, si rinnova ogni volta che leggo qualche cosa a riguardo e mi sorprendo, ogni volta, che un popolo civile come il norvegese ancora non riesca a classificare questo essere, che non è umano, ma è semplicemente un mostro pazzo e criminale. Non credo necessitino etichette che possano comunque giustificarlo, lo rinchiuderei a vita, in isolamento e butterei la chiave in mare, per non aver neppure la tentazione di provare pena per lui!
Condivido in pieno quanto tu affermi ,ma credimi,non potrei mai provare pena per un essere inqualificabile qual è lui!!!!!!
L’ Amaca di Serra è come sempre ben scritta e non lascia scampo a fraintendimenti. Anch’ io ma non solo in questo caso, anche nelle varie guerre che abbiamo, ai popoli che subiscono tragedie che possono essere di siccità o piogge monsoniche e l’ acqua si alza in un battibaleno, mi pongo la stessa domanda: certo che sto dio è veramente distratto o forse svogliato perchè sempre a lui tutte le incombenze…. Ricordo il fatto citato sopra e anch’io fatico dire se uno è matto o solo un delinquente, ma per fortuna sono una persona che si crede normale, e poi son contro la pena di morte…
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