LE DONNE CHE RESTANO CON IL MARITO VIOLENTO
di Michela Marzano
“Gli uomini che nascono con il giogo sul collo, nutriti e allevati nella servitù, si accontentano di vivere come sono nati, e non riuscendo ad immaginare altri beni e altri diritti da quelli che si sono trovati dinnanzi prendono per naturale la condizione in cui sono nati”. Questo è il famoso passaggio del Discorso sulla servitù volontaria (1548) di Étienne de Boétie.
Ed è forse l’unica chiave per cercare di capire come sia possibile che tante donne, nonostante le violenze fisiche e psicologiche che subiscono quotidianamente, restino poi accanto ai propri carnefici. Come fare ad immaginare che la vita possa essere altro, se da quando si è piccoli si è stati messi di fronte alla violenza? Come fare a pensare alla possibilità di un amore diverso, se non si è avuta la possibilità, e talvolta anche solo la fortuna, di sperimentarlo? Può sembrare assurdo che tante donne, pur essendo consapevoli del male che subiscono, e che talvolta fanno poi anche subire ai propri figli, non reagiscano, non denuncino i propri aguzzini, non se ne vadano via, non cerchino di uscire dall’inferno in cui si trovano. E in parte lo è. Perché ogni persona dovrebbe essere portata a far di tutto per evitare la sofferenza e cercare di essere felice. Ogni essere umano, come scrive Spinoza, dovrebbe sforzarsi “di perseverare nel suo essere”. Solo che non è poi così assurdo quando si pensa che ci sono tante donne che, fin dalla più tenera età, hanno conosciuto solo tanta violenza e tanto dolore. Al punto di essersi talmente abituate a questo stato di cose, che il solo fatto di pensare che la vita possa essere diversa diventa impossibile.
È il “giogo” dell’abitudine, come direbbe ancora una volta La Boétie. Anche perché l’essere umano si abitua praticamente a tutto. Anche ad essere considerato un semplice oggetto a disposizione delle pulsioni altrui. Ma è anche la prigione della ripetizione, per dirla in termini più contemporanei con la psicanalisi di Freud. Perché quando si parla dell’amore, si parla quasi sempre del tentativo disperato di ritrovare l’“oggetto perso” quando si era piccoli. Quel famoso “oggetto” per il quale si sarebbe stati pronti a fare qualunque cosa, anche morire, pur di non perderlo. Dietro l’amore, soprattutto nel caso di queste donne maltrattate (e che spesso non sopravvivono alle violenze subite), c’è il bisogno di rivivere qualcos’altro. Talvolta proprio il bisogno di ripetere gli stessi errori. Come per esorcizzare il passato e riuscire, almeno una volta, a staccarsi dal copione che era stato scritto per loro da chi avrebbe invece dovuto prendersi cura di loro; avrebbe dovuto aiutarle a crescere, insegnando loro ad avere fiducia nella vita e in loro stesse. Solo che la storia, purtroppo, si ripete. E la maggior parte delle volte finisce nello stesso modo. Tragicamente. Perché lui, che dice di amare la propria compagna anche quando è violento e l’umilia, in fondo non cambia. E queste donne umiliate e violentate, pian piano, finiscono col convincersi definitivamente di non valere niente, di non meritare nulla. Non smettono di credere nell’amore. Perché, nonostante tutto, l’amore resta l’orizzonte all’interno del quale cercano di evolvere. Solo che col passare del tempo si convincono che l’amore, quello vero, esiste solo per gli altri.
Ecco perché l’unico motivo che talvolta le spinge a rompere il circolo vizioso nel quale si trovano sono i figli. Per i quali desiderano il meglio e che non vogliono coinvolgere nella propria tragedia. Altre volte, però, è proprio per i figli che restano accanto ai propri carnefici, convinte ancora una volta di non essere capaci, da sole, di proteggerli e di farli crescere serenamente. E allora tutto ricomincia da capo. Almeno fino a quando, “tolto il giogo dal collo”, non si accontentino più di “vivere come sono nate”.
Categorie: Politica, cultura
E’ difficile lasciare un uomo violento perchè quando ci si accorge che è tale è spesso già passato del tempo duranteil quale lui ha incantato, ingannato ma soprattutto indebolito fin all’annientamento, in qualche caso, la donna che gli è rimasta a fianco. Per lasciar fuggire dalla prigione un paralitico non basta aprirgli la porta, non ce la fa a scappare. E’ qualcosa di simile.
… ho paura…
Delia, è vero che le madri debbano educare i figli al rispetto delle donne, ma io mi chiedo…e i padri? dove sono i padri? possibile che la colpa dell’educazione debba sempre ricadere solo sulle madri? diamine, quando anche i padri faranno vedere che possono essere degli educatori affettuosi, vicini ai figli, sensibili ai temi di genere…allora faremo un grande passo avanti! bisognerebbe fare come in Svezia con il congedo di paternità!
bisogna cambiare il sistema educativo sessista di questo paese! e non sono in famiglia, anche nelle scuole e in tv!
ma guardate cosa trasmettono in tv! l’unica cosa che insegnano alle bambine è essere sexy per attirare l’attenzione del maschio!
guardate cosa insegnano ai bambini! che i maschietti devono essere attivi, aggressivi, playboy, e mai dolci o affettuosi!
non sono sono le donne che devono cambiare, sono anche gli uomini che devono cominciare a riflettere. noi abbiamo cominciato questo percorso negli anni ’70….aspettiamo che si sveglino anche gli uomini.
perchè il sessismo danneggia tutt*.
tutti i commenti che ho letto…..i motivi religiosi……l’atavica educazione che vede le donne sottomesse……l’ottica per cui un uomo vede la propria donna come “oggetto” di sua proprietà….tutto vero….tutte componenti della realtà in cui oggi molte donne sono costrette a vivere…ma prima ancora di chiederci come può una donna uscire da questo circolo vizioso….prima ancora di capire se i centri antiviolenza funzionano o meno…prima ancora che lottare per migliorare le leggi…. cominciamo dal nostro piccolo…..le madri di questi maschi “padri padroni” sono sempre le donne……cominciamo ad educare i nostri figli nel rispetto delle donne….siano esse madri…sorelle…amiche o compagne di vita….smettiamola una buona volta di usare due pesi e due misure coi figli a seconda se maschi o femmine….dietro ogni violenza ad una donna….spesso…troppo spesso c’è proprio un’altra donna che ha fallito nel suo compito di madre…..
Maria Laura scrive:….”per molti la donna è rimasta ciò che le religioni e il comune pensare hanno voluto che fosse. Un essere pressoché incapace e inutile che solo la presenza di un uomo può salvare dalla sua inettitudine, deputandola al ruolo esclusivo di madre e moglie. La donna è quella che piange, che supplica, che si martirizza e solo così è santa. Donne che si sentono amate quando un uomo dice loro “sei mia e di nessun altro”, quando fa a pugni per uno sguardo insistente, che continuano a prendere pugni perché “io la amo troppo”, “è il MIO uomo”, “sono la SUA donna”. Una totale dipendenza mentale e fisica nata da un senso di colpa inculcato nelle loro teste dalla nascita”….concordo.
Jordi Minguell scrive….”Mi pare che molte donne vittime della violenza del marito/compagno rimangano imprigionate perché non hanno la possibilità di vivere con decoro da sole. Spesso i mariti/compagni violenti si sono curati de tenere la donna in condizioni di sudditanza economica proprio per impedirle di vivere da essere libero e sovrano”….concordo
E’, pertanto, semplice e complessa insieme, la risposta al perchè le donne restano con il marito violento. Restano con il marito manesco soprattutto perchè si intreccia, ad un fatto culturale , (pregiudizi di origine religiosa come ad es. il pensiero del san Paolo dei cristiani sulle donne) un fatto economico, ossia quella sudditanza economica creata ad hoc per permettere al sistema di poter contare su una forza-lavoro che eroga gratis lavoro domestico, contrabbandato per amore, forza-lavoro controllata a vista da un datore di lavoro mascherato e cioè il marito. …
Quest’ultimo diventa violento quando la donna /moglie, equiparata a cosa, ( la cd “reificazione” della donna) equiparata a strumento da possedere, strumento di piacere e/o di benessere, di orgoglio, da esibire se è bella…, rivendica dei bisogni suoi che non hanno l’approvazione del capo e dunque si ribella al volere del datore di lavoro/marito/padrone….e allora sono botte…fino al femminicidio quando di mezzo c’è anche la gelosia…
Infine, i centri antiviolenza non servono a nulla se non sono in grado di garantire alla donna a cui pensano di dare protezione una prospettiva di una vita decente,.ossia l’indipendenza economica….so, per esperienza che non si occupano di trovare un lavoro alla povera donna che dicono di voler proteggere e quindi non risolvono nulla…
dopo tanta cattiveria un solo grido, viva le donne e un augurio:alla prima violenza abbiate il coraggio di denunciare l’individuo che vi sta vicino!la seconda potrebbe essere l’ultima!
I centri antiviolenza, non funzionano, se non sei della città dove c’è l’ufficio…. Chi risponde al telefono, non capisce che quando chiami, come minimo, non hai più forze…. oppure, cmq, soffri di depressione, …. e quindi, fare 60 chilometri (come nel mio caso) o più, in macchina, era una cosa IMPOSSIBILE!!! Ora, stendo meglio, dopo 9 anni, non mi serve più… quindi a che serve se non si possono spostare dal loro ufficio ed andare incontro a chi in quel momento, NON SA PIù COSA FARE, DOVE ANDARE E A CHI CHIEDERE AIUTO. Ricordo, per non ha vissuto una cosa del genere, che x le forze dell’ordine, ancora oggi, la colpa è DELLE DONNE!!!!!
MI dispiace moltissimo e capisco che abbia incontrato grandi difficoltà ad avvalersi dell’aiuto di un centro antiviolenza, se questo non era nelle sue vicinanze: c’è da dire però che non tutti i centri antiviolenza sono accreditati presso la rete 1522 istituita dalle Pari Oppportunità, che , prima di accreditare i centri, li sottopone a delle verifiche in termini di risposta data e adesione alle linee guida stabilite dal MInistero. Il problema della distanza dalla persona richiedente più essere un limite oggettivo per quei centri che hanno mezzi economici molto ristretti (la quasi totalità); certo se poi viene promesso un servizio che non viene erogato io farei in modo di segnalarlo. Proprio perchè le forze dell’ordine accolgono le donne che vogliono denunciare l’uomo violento con la solita frase “Signora è davvero sicura di voler fare denuncia contro il padre dei suoi figli?” che occorre andare negli uffici di polizia accompagnate magari da un’operatrice del centro, che è quindi una testimone: non dimentichi mai che chiunque sia in un ufficio denunce ha l’obbligo per legge di dover accogliere la denuncia nel modo e nel momento in cui il denunciate intende farla: abbiamo sperimentato che quando la donna è accompagnata da un’operatrice del centro che si presenta come tale, la fatidica domanda e l’azione di scoraggiamento nei confornti della donna non vengono più messe in atto. Sono felice che ora abbia superato il problema,ma se dovesse occorrerle chiami il 1522 e chieda aiuto e se è il caso segnali il centro antiviolenza che non ha erogato il servizio adeguato.
i motivi che portano molte donne ad un comportamento del genere sono molteplici…sicuramente di ordine culturale..siamo state inzuppate dall’idea romantica e necessaria di trovare un partner…ci viene inculcata l’idea che senza un uomo a fianco siamo esseri a metà…e un po è vero perchè dalla notte dei tempi le donne non agiscono attivamente in società, luogo astratto e molteplice di pertinenza maschile. Le donne sentono dentro di se che il loro valore sociale non è disgiunto dal ruolo di madre e compagna di un uomo ( mi urta moltissimo la gettonatissima frase “dietro un grande uomo c’è una grande donna…DIETRO, però) Credo siano pochissime le donne che agiscono con il proprio volto in società senza appoggi maschili, senza essere mogli o sorelle o figlie di qualcuno. E se agiscono in società lo fanno in ruoli maschili…tutta la società è improntata a bisogni “maschili”. E nella società una persona, ricordiamolo, acquisisce la sua identità e la sua conseguente sicurezza di essere umano, la sua autonomia, la sua capacità di pensare autonomamente. Le donne perciò nel loro ruolo attivo ed autonomo non hanno acquisito una loro specifica identità, o mogli o figlie o amanti o ruoli maschili che snaturano.
Ebbene, la necessità di appoggiarsi ancora ad un uomo per poter avere visibilità, per potere avere la sensazione di essere utili, unita ad una identità sociale autonoma ancora labile ci rende già vulnerabili da giovanissime, pronte a svendere la propria natura di esseri umani per poter raggiungere lo status di compagna di un uomo. Io ritengo che proprio questo svendersi “fin dal principio” sia alla base del comportamento masochista di molte donne. Se da piccolissime riteniamo inconsapevolmente che la nostra identità è legata ad un uomo mi pare ovvio che anche davanti ai maltrattamenti diventa arduo ritornare indietro. Naturalmente le donne masochiste sono quelle più infarcite della mentalità sopra descritta.
Non si riesce a tornare indietro per questo ma anche per un altro motivo…la violenza anche solo psicologica ripetuta nel tempo innesca un meccanismo psicologico che colpisce anche gli uomini ovviamente…quello della disistima di se….l’avere accordato tanta fiducia in una persona che poi nel tempo inizia a maltrattarti rende difficile ritornare alla lucidità ed a una fredda osservazione….è più facile pensare che che sia colpa propria…è facile perdere se stessi.
Ogni commento, oltre all’articolo di Michela Marzano, che ho letto lo condivido in pieno o almeno in alcune parti. Sono in totale sintonia con quanto scrive Jordi Minguell, tanto che, se non mi avesse preceduta, avrei scritto più o meno le stesse cose. Oltre ad ogni, se pur validissima, giustificazione di natura culturale e psicologica che può portare una donna ad essere vittima all’infinito di un carnefice, marito compagno o padre che sia, credo che la mancanza di autonomia economica sia, non certo l’unica causa, ma spesso la più rilevante.
Concordo pienamente: è proprio per questo che le donne che vengono accolte nei centri antiviolenza iniziano subito un percorso di uscita dalla violenza che si compone di azioni diverse e congiunte: nel caso-tipo di una donna con figli, non autonoma economicamente, che intende separarsi dal marito per le violenze subite, il primo approccio prevede una immediata valutazione del rischio della donna e dei bambini: se si ha motivo di ritenere che il pericolo è grave e imminente si offre immediatamente alla donna la possibilità di trasferirsi in una residenza protetta, successivamente si pianificano le attività di sostegno psicologico alla mamma e ai bambini che eventualmente sono vittime – quanto meno – di violenza assistita ( se non subita), si avvia l’iter della separazione e della denuncia per le violenze subite (di tutti i generi: fisica, psicologica, economica) e, partendo dalle risorse che la donna possiede, si attua un’azione volta a farle trovare autonomamente un lavoro in vista della futura autonomia economica. Questo l’unico percorso possibile che è stato indicato anche dalle linee guida varate in ambito europeo per sostenere le donne vittime di violenza, attraverso i centri. Vi prego di individuare il centro antiviolenza più vicino a voi e premuratevi di sostenerlo con donazioni anche piccolissime. La vita dei centri è diventata durissima, oltre che per la crisi che ci sta devastando, anche perchè essi sono centri di cultura che operano secondo un approccio per cui la violenza di genere è un problema culturale legato al patriarcato e alla divisione gerarchica della societa fra generi. Il pensiero femminista che ha messo a punto questo approccio fa paura perchè è percepito come destabilizzante: il pensiero femminista E’ destabilizzante in una società come la nostra, dove il maschilismo e il patriarcato sono ancora le due chiavi sulle quali si basano i rapporti tra i generi.
Non si cada mai nel facile gioco per cui femminismo e maschilismo sono esntrambi degli “ismi”, vedendoli magari antrambi come una degerazione. Il maschilismo sostiene la supremazia del genere maschile su quello femminile, il femminismo sostiene la parità dei sessi.
Lancio un piccolo spot: “hai una figlia, un’amica, una donna alla quale tieni? Dona il tuo 5/1000 ad un centro antiviolenza, forse stai aiutando proprio lei”.
non potrei mai vivere con una persona violenta, amare non significa essere schiavi della persona amata, nè tollerare tutto incondizionatamente…
https://www.facebook.com/photo.php?fbid=488330184515877&set=a.401681159847447.114836.116015371747362&type=1&theater
Ho letto commenti molto interessanti sull’articolo di Michela Marzano. Quali che possano essere le motivazioni che portano le donne, per fortuna non tutte, a sopportare la violenza dei loro uomini fino ad abituarsi ad essa e in certi casi (troppi, mi sembra) a soccombere, è tuttavia preciso dovere della società soccorrerle con misure economiche e tutelarle con leggi severe e rigorosamente applicate, laddove la cultura e l’educazione si rivelino insufficienti a proteggerle dalla sopraffazione maschile.
forse i nostri istinti primordiali che non vengono incanalati per divenire esseri di luce !
Proviamo a scuotere le coscienze accaldate e distratte dalle vacanze. Dobbiamo urlare, non c’è altra soluzione. Scendiamo in piazza e urliamo BASTA sabato 21 luglio. A Palermo e speriamo in altre piazze d’Italia. Lo abbiamo fatto il 13 febbraio, proviamoci di nuovo, prima che sia troppo tardi.
http://www.facebook.com/events/198370360291394/
Non mi capacito ogni volta che leggo che succede, ho conosciuto donne che vivevano assieme a queste bestie, ci ho parlato per capire come facessero a sopportarlo, ma niente e purtroppo le scuse quasi sempre le stesse. E’ il padre dei miei figli, lui li adora, lui a loro non ha mai farebbe niente, è solo un po’ esaurito ed altre scuse banali. Quasi tutte autosufficienti in grado di arrangiarsi , ma non in grado di dare un taglio. Credo la cosa che più pesa a loro è la denuncia, il far sapere a tutti di come è costretta a vivere..
Anche se mascherate dopo un paio di giorni di assenza dal lavoro portavano ancora i segni e non li vedevo solo io…eravamo in tanti.
Vorrei puntare l’attenzione su un dato statistico inoppugnabile: la maggior parte degli omicidi che vedono protagonisti uomini che non accettano la fine di un rapporto e donne vittime di questi fragili e mal cresciuti compagni, si verifica nel cosiddetto più evoluto nord Italia! D’altronde basta seguire la cronaca per veder confermare questo dato! Ci chiediamo il perchè di questo?
Uhmmmmmm bell’argomento ma sul quale ho un mare di cose che non capisco. Lascio alle donne cercare di capire le motivazioni che le spingono a restare con la persona sbagliata…potrei solo fare congetture senza valore.
Continuo ad essere convinta che è solo e tutto un fatto culturale. In questo paese si continuano ad educare i figli come cinquanta, cento anni fa, le femmine da una parte e i maschi da un’altra. Si continua ad affibbiare un ruolo ai figli in base alla diversità di genere, le femmine aiutano ad apparecchiare mentre i maschi sono autorizzati a spalmarsi sul divano con papà. Aggiungiamoci poi che i genitori trascorrono sempre meno tempo coi figli riempiendosi di sensi di colpa e permettendogli poi di fare praticamente tutto per espiarli e il quadro è completo. Ed è chiaro che quando questi bambini diventano prima ragazzi e poi adulti – qui parlo dei maschi – l’idea che hanno delle ragazze e poi delle donne è quella di un’accondiscendenza illimitata; nessun no, quindi. Una donna spesso non si salva nemmeno quando è ex perché nessuno le ha insegnato le tecniche per difendersi dagli uomini violenti, ad allontanarli alle prime avvisaglie, per molte madri italiane è importante che una figlia trovi il buon partito che la faccia stare meglio di quanto sia capitato a loro, poi se le compra gioielli e pellicce ma la tratta a sberle in faccia non ha importanza. Le statistiche affermano che sono più gli uomini a cercare un’altra compagna fissa, un’altra moglie quando la compagna o la moglie muoiono di morte più o meno naturale e non di violenza, vuol dire che l’uomo generalmente non sa stare da solo, vive male in assenza e l’assenza di una compagna: questo dovrebbe significare qualcosa, credo. Ci sono chilometri di statistiche, tonnellate di pagine di giornali, migliaia di libri dove si tratta specificamente di questo orribile fenomeno, quello dell’uomo di casa che violenta, uccide la donna della quale diceva di essere innamorato quando quell’amore non è più ricambiato, quando capisce di non poter più esercitare il possesso di un corpo e molto spesso, troppo spesso anche di una mente che man mano si abitua alla sottomissione, per paura, perché da sole è più difficile, perché i figli soffrirebbero una separazione fisica dai loro padri, e allora, come nella metafora della rana nell’acqua che alla fine chiede di ‘essere lasciata in pace’ benché quell’acqua sia diventata troppo bollente per poter resistere da vivi anche certe donne si abituano alla violenza, imparano a sopportare, anzi, alzano l’asticella della soglia di sopportazione come racconta benissimo Concita De Gregorio nel libro “Malamore” dove non si parla delle violenze in sé ma delle ragioni che portano le donne a sopportare sempre di più credendo di poter fermare la mano del mostro quando vogliono.
Il sottotitolo del libro infatti è “Esercizi di resistenza al dolore”, l’autrice cerca di comprendere le ragioni che portano molte donne a scegliere di convivere coi loro aguzzini e a sopportare l’escalation di violenza, ad addomesticarla, umanizzarla fino a far diventare normali gesti che non lo sono, uno schiaffo, una mortificazione psicologica, e molto spesso capita che lo schiaffo – sempre inaccettabile, s’intende – sia la minore delle violenze. La violenza sessuale, lo stupro, gli omicidi delle donne per mano degli uomini che hanno come movente quella che viene erroneamente e semplicisticamente definita “passionalità” non hanno nulla a che fare con gli sconosciuti ma proprio e solo con uomini di cui queste donne che vengono ammazzate si fidavano.
Uomini che sono stati amati, coi quali si è vissuto sotto lo stesso tetto, uomini che sono i padri di tanti figli rimasti senza una madre perché i loro padri hanno deciso che senza di loro quelle donne, mamme, non dovevano né potevano più vivere.
per molti la donna è rimasta ciò che le religioni e il comune pensare hanno voluto che fosse. Un essere pressoché incapace e inutile che solo la presenza di un uomo può salvare dalla sua inettitudine, deputandola al ruolo esclusivo di madre e moglie. La donna è quella che piange, che supplica, che si martirizza e solo così è santa. Donne che si sentono amate quando un uomo dice loro “sei mia e di nessun altro”, quando fa a pugni per uno sguardo insistente, che continuano a prendere pugni perché “io la amo troppo”, “è il MIO uomo”, “sono la SUA donna”. Una totale dipendenza mentale e fisica nata da un senso di colpa inculcato nelle loro teste dalla nascita. E poi quella società che non ti aiuta anche quando hai bisogno di fuggire, anche quando ci sono dei figli, quel giudice che dice “meglio una famiglia un po’ agitata che nessuna famiglia per un bambino” e quel giornalista che dice a proposito di un omicidio “pare si tratti di delitto passionale” e quell’avvocato che dice “sì, suo marito le ha dato dei calci in pancia, ma lei cosa gli aveva detto un attimo prima?”… non continuo, sarebbe inutile. Nasciamo con la mente vecchia e piena di catene, alle quali chiunque altro può attaccare altre catene… E’ più facile tradire che dichiarare morto un amore, è più facile uccidere che accettare la fine di un amore. “Per sempre… per sempre… per sempre… finché morte non vi separi…” un’eco devastante che ti fa preferire lividi e botte a un disconoscimento di amici e parenti e perfino a un ipotetico sicuro inferno.
MI CHIEDO..POSSIBILE CHE NON SI CAPISCA DA SUBITO CON CHI SI HA CHE FARE? EPPURE IL BUONGIORNO SI VEDE AL MATTINO..
Con Il Mio Credo ,,,, Libera ,,,,,, Non Riuscirò Mai A Capire Il Perchè ,,,,,,, Abbiate Il Coraggio Di Denunciarli ,,,,,, E Andatevene ………. La Libertà Merita Di Essere Rispettata ……..Ciao ……..
francamente – da donna – non riuscirò mai a capire come si possa continuare a vivere con un uomo violento … ognuno di noi ha in sè un lato “oscuro”, ma questo masochismo mi pare davvero troppo !!!
I motivi per i quali tante donne accettano passivamente la violenza sono molteplici. Alla base di tutto c’è l’educazione ricevuta che le ha abituate alla sudditanza dall’uomo. Padre,, fratello. e poi marito. E’ atavica la questione ed è difficile liberarsene, perché è la stessa donna che ne assoggetta altre, sempre con l’educazione sbagliata! A queste motivazioni si aggiunge il timore di non farcela da sole ad affrontare la vita, abituate a svolgere i lavori da serva, da cuoca e da tuttofare in famiglia, dove però è l’uomo a portare a casa il denaro per la sopravvivenza! Questo in linea di massima, naturalmente. Ci sono poi le donne innamorate del loro uomo al punto da sopportarne le violenze fisiche, dimostrazione di machismo! Oppure la sindrome di Stoccolma che porta ad amare il proprio carnefice……Certo è che la Giustizia poi non punisce in modo esemplare i mostri che seviziano le donne; fra attenuanti generiche e pieghe delle varie leggi, finiscono spesso in una pena irrisoria e ridicola se si pensa al danno fatto. A meno che non ci scappi il morto, ma anche per questo la legge è diventata molto morbida, con la tesi sbagliatissima che il carcere non rieduca. Balle! Quando vedo certe persone, che hanno ucciso madre e fratellino con DECINE di coltellate, giocare sorridenti con la COMPRENSIONE di chi le circonda, mi viene da urlare perché la Giustizia uccide decine di volte le vittime!
Grande Marisa! E’ così che va, spesso oltre alla madre alle spalle di un essere violento c’è anche la nonna che arricchisce quel pessimo patrimonio genetico
Mi pare che molte donne vittime della violenza del marito/compagno rimangano imprigionate perché non hanno la possibilità di vivere con decoro da sole. Spesso i mariti/compagni violenti si sono curati de tenere la donna in condizioni di sudditanza economica proprio per impedirle di vivere da essere libero e sovrano.
Credetemi, non è facile andarsene.