SUPERARE LE DISEGUAGLIANZE
di Nadia Urbinati
Preparandosi a riprendere in mano il timone del governo, la politica farebbe bene a riflettere sulle ragioni della sua Caporetto, nel novembre 2011. Ciò che ha atterrato l’onorabilità della politica non furono tanto gli scandali sessuali del premier o le diffusissime vicende di corruzione, ma l’impotenza a fare il suo lavoro: governare. L’incapacità, non la disonestà, ha mandato a casa il governo Berlusconi. Questa accusa è molto più grave di quella di corruzione. Poiché mentre la disonestà è l’esito di una deturpazione che non mette in discussione la politica ma alcuni suoi praticanti, l’inadeguatezza a prendere decisioni mette in luce un limite oggettivo della politica democratica. Infatti fu il sapere di dover andare di fronte agli elettori con programmi di rigore e sacrifici, e di rischiare di perdere il consenso, che ha reso il governo Berlusconi impotente. Con il governo dei tecnici è circolata un’idea perniciosa: che la forza di un governo sia in proporzione della sua non rispondenza agli elettori. Questo è il vulnus democratico contenuto nella filosofia di un governo tecnico. L’uscita dal quale deve necessariamente corrispondere alla rinascita della politica delle idee e della progettualità con la quale presentarsi agli elettori.
Difficile prevedere che cosa lascerà il governo Monti. Ma una cosa sembra chiara proprio in virtù di questa premessa: con l’avvento del governo dei “tecnici” la politica dei politici si trova di fonte a un compito impervio, che è quello di dimostrare di essere meglio di un governo senza politica partigiana; che un governo che deve rendere conto agli elettori è migliore e altrettanto capace di un governo tecnico. Ritornare a parlare di programmi e di idee è la via maestra. Ed è urgente. Un problema tra i più urgenti che una politica democratica dovrà affrontare sarà quello della crescente diseguaglianza della società italiana. La diseguaglianza è un problema per la democrazia, soprattutto quando si radica nelle generazioni, perché balcanizza la società e rompe la solidarietà tra cittadini, inducendo i pochi a secedere, se così si può dire, dall’obbligo di contribuire per chi non sente più come uguale.
La società italiana sta da alcuni anni percorrendo una strada a ritroso rispetto a quella nella quale si era immessa dopo la Seconda guerra mondiale: dall’eguaglianza alla diseguaglianza. Lo documentano ricerche effettuate dal 2009 al 2012 da istituti diversi come l’Ocse, la Banca d’Italia e l’Istat. Da circa quindici anni, si assiste a una progressiva disuguaglianza dei redditi e un aumento progressivo della povertà. Come osserva Giovanni d’Alessio in uno studio per la Banca d’Italia di qualche mese fa, il rapporto tra la ricchezza e il reddito è all’incirca raddoppiato negli ultimi decenni; insieme è aumentato il ruolo dei redditi da capitale rispetto a quelli da lavoro. In altri termini, la ricchezza sta assumendo un ruolo via via crescente tra le risorse economiche che definiscono la condizione di benessere di un individuo mentre declina il ruolo del lavoro. Un significativo aspetto della disuguaglianza riguarda la sua tendenza a trasferirsi da una generazione all’altra, legando sempre di più il destino dei figli a quello dei genitori. È questo un fattore tra i più devastanti e che documenta direttamente la stabilizzazione delle classi. Perché disuguaglianza non occasionale, non per personale responsabilità, ma di classe, un fatto che vanifica ogni più ragionevole discorso sul merito individuale.
Questo trend classista ci dice in sostanza che lavoro dipendente e lavoro autonomo sono divaricati (il reddito del secondo aumenta molto più in proporzione al reddito del primo) e che i punti di partenza (la famiglia) diventano sempre più determinanti e difficilmente neutralizzabili da parte degli individui. Non a caso, insieme alla divaricazione dei redditi autonomi e da lavoro si ha la divaricazione degli accoppiamenti: sempre più persone si sposano con persone con reddito simile. Insomma poveri sposano poveri, ricchi sposano ricchi – e per conseguenza, tendenza al trasferimento delle diseguaglianza e dei privilegi da una generazione all’altra.
La democrazia non ha mai promesso né perseguito l’obiettivo di rendere tutti i cittadini economicamente eguali, ma ha promesso con formale dichiarazione nelle costituzioni e nelle carte dei diritti, di “rimuovere gli ostacoli” che impediscono a uomini e donne, diversi tra loro sotto tanti punti di vista (dal genere al credo religioso alla ricchezza) di aspirare a una vita dignitosa. Vi è nella democrazia politica un invito assai esplicito a mai interrompere il lavoro di manutenzione sociale operando sulle condizioni di accesso o le “capacitazioni” per usare un termine coniato da Amartya Sen. Ecco perché a partire dalla fine della Seconda guerra mondiale le democrazie hanno dichiarato che i livelli di disuguaglianza nella ricchezza devono e possono essere mitigati agendo sui meccanismi che la determinano, ad esempio con politiche in grado di assicurare che il godimento di alcuni diritti fondamentali raggiunga più pienamente e uniformemente la popolazione.
Scrive d’Alessio, che “ la scuola pubblica erogando un servizio a tutti, tende a ridurre la disuguaglianza tra i cittadini in termini di conoscenze e di abilità, presupposto di una quota rilevante di quella in termini di ricchezza, riducendo in particolare il divario che caratterizza coloro che provengono dalle classi sociali più svantaggiate”. Lo stesso vale per il servizio sanitario, che rimuove un ostacolo forse ancora più fatale per chi non ha altra ricchezza se non il proprio lavoro. Eppure proprio queste “spese sociali” sono oggi messe in discussione. I programmi politici sono quindi determinanti perché a consolidare le classi insieme al declino fortissimo dei matrimoni interclassisti interviene proprio lo smantellamento di quel fattore sul quale si era costruita la democrazia moderna: la politica sociale, che significa la ridistribuzione dei redditi attraverso i servizi destinati alla salute e all’istruzione; in questi due settori chiave che da sempre hanno contribuito a contenere il divario tra le classi lo Stato investe sempre di meno, dimostrando nei fatti di non essere in grado o di non volere più usare la spesa pubblica per obiettivi democratici, per rimuove gli ostacoli alla crescita della disuguaglianza, come promesso dalla Costituzione.
Categorie: Politica, cultura
Condivido pienamente l’ articolo della Urbinati.
Per completezza riguardo al tema scuola, vorrei suggerire la lettura anche del seguente articolo :
http://blog-micromega.blogautore.espresso.repubblica.it/2012/08/06/marina-boscaino-intervista-doppia-per-la-scuola/?utm_source=feedburner&utm_medium=twitter&utm_campaign=Feed%3A+MicroMegaBlog+%28I+blog+di+MicroMega%29
Le file alla Caritas per un pezzo di pane, Nives!! Non si discosta molto ed e attualissimo!
Condivido la lucida e attenta analisi della Urbinati e le sue conclusioni
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Nella società contemporanea si stanno formando compartimenti stagni che non permettono travasi dall’uno all’altro!
Se a seguito di questo dato di fatto si assiste allo smantellamento continuo e tenace dello stato sociale, si avrà un paese dove la povertà metterà radici!
Il quadro che mi viene in mente assomiglia ad un dipinto del fiammingo Pieter Bruegel….tanti omini e donnette abbastanza pezzenti che si aggirano come fantasmi in una terra devastata dalla miseria!
Articolo da 5 stelle ed oltre.Grazie,Giacomo
Analisi condivisibile e quanto mai veritiera.
Sarebbe bellissimo se il governo dei politici (sa d’avvenì) ci tenesse a fare meglio del governo non partigiano ( non mi pare) dei tecnici. Una volta che riprenderanno in mano la situazione, conoscendo ormai da decenni gli attori, viene da pensare che non gli fregherà niente della lezione Monti e riprenderanno l’andazzo del magna magna cercando di recuperare il perso!! Speciale l’articolo!!
MAI COME ADESSO I POLITICI DI AMBE LE COALIZIONI SI SONO ASSERRAGLIATI IN DIFESA DEI PROPRI PREVILEGI..CHE FINE HA FATTO LA POLITICA CON LA P MAIUSCOLA CHE SI PONEVA COME ARTE NOBILE AL SERVIZIO DELLA COMUNITà? CHE GHENGA- CHE GHENGA… NON SO CHI MI TENGA!
secedono anche dai principi generali della democrazia!
bellissimo articolo!
istruttivo almeno per uno zotico come me che ha imparato il significato di una nuova parola!
La disuguaglianza è talmente aumentata che viene quasi annullato il ceto medio, quello che fungeva da equilibrio sociale. Ora le categorie sono due: i ricchi e i poveri. I ricchi che scialacquano e ostentano una vita di privilegi; i poveri alla disperazione, perché non sanno mettere insieme il pranzo con la cena e a stento arrivano a fine mese. I ricchi sono sempre esistiti, ma lo erano per ereditarietà e, salvo casi rari, i loro erano patrimoni avuti per nascita. Investiti nelle attività, fruttavano ricchezza. Ora sono ricchi anche i calciatori, le stelle del cinema e della tv, le classi dirigenti di enti pubblici, i politici, i malviventi di un certo livello, e tutti campano sulle nostre spalle: Loro sono ricchi e noi paghiamo e tiriamo la carretta! Che anche loro debbano avere un giusto compenso è ovvio, ma quando la differenza è macroscopica, i privilegi sono vergognosi, le tasse sono solo per i fessi, allora veramente ci si deve ribellare! La “livella” rimane soltanto quella di una famosa poesia, davanti a quella siamo davvero tutti uguali!