IL WEB CHIEDE I DOCUMENTI E IL POPOLO DELLA RETE SI RIBELLA
di Pier Luigi Pisa
Non con il mio nome. L’utilizzo del vero nome nei social network, ormai preteso da servizi come Facebook e Google+, scate-na la guerra nella Rete. Esiste infatti una ristretta (ma molto combattiva) cerchia di navigatori che si batte per il diritto all’anonimato. In difesa di tutti coloro che non possono usare la loro vera identità: dalle persone che vivono in Paesi che limitano la libertà di parola fino agli individui che sono vittime, nella vita reale, di stalking, bullismo o pregiudizi sul loro orientamento sessuale. I conflitti — sempre più accesi botta e risposta online — nascono dalle linee guida che stanno dettando il social network di Zuckerberg e quello di Page e Brin, lanciato poco più di un anno fa da Google. Entrambi promuovono la real name policy.
Chi vuole iscriversi ai loro servizi, insomma, deve fornire il suo vero nome. Per chi utilizza pseudonimi e soprannomi — a meno che non siano “certificati” da una discreta popolarità online — c’è la sospensione dell’account. La logica aziendale è comprensibile: la maggior parte degli utenti usa i social network per stringere legami come farebbe nella vita reale. Cercando e aggiungendo amici/contatti attraverso il loro nome reale. È uno dei principali motivi per cui i navigatori hanno abbandonato MySpace e i suoi nickname in favore del sito creato da Mark Zuckerberg. Non deve stupire, quindi, se c’è addirittura chi crede che in futuro i profili virtuali possano trasformarsi in valide carte d’identità da esibire nel mondo reale. Tessere plastificate con il logo del social network, foto profilo, nome e cognome, nazionalità e Qr Code per accedere immediatamente alla propria pagina per tutti gli ulteriori controlli.
Così le ha pensate l’artista tedesco Tobias Leingruber, che ha creato un Social ID Bureau che gli utenti di Facebook possono utilizzare per generare il proprio “documento”. La sua era una provocazione, un modo per “denunciare” quanto sia in pericolo l’anonimato sul web, ma in molti l’hanno trasformata in uno status symbol da mostrare agli amici. E l’idea è stata subito ripresa dall’ingegnere Moritz Tolxdorff, anche lui tedesco, per dare vita alle Google+ ID Card.
Accanto all’entusiasmo per l’identità reale sbandierata online scorre però la rabbia di chi non intende legare al proprio nome ogni singola azione effettuata sul web. Come chiede di fare, per esempio, YouTube in America. Da qualche settimana, infatti, i titolari di un profilo Google+ sono invitati a commentare i video usando il proprio nome e non più il nickname con cui sono registrati al popolare sito di video sharing. L’utente può ancora scegliere, il cortese invito si può rifiutare. Ma il “no” necessita addirittura di una giustificazione. Sei le opzioni che compaiono sul monitor: dalla più radicale, “non posso usare il mio vero nome”, alla più semplice, “non sono sicuro, deciderò più avanti”.
La gentile richiesta arriverà anche nel nostro Paese – fanno sapere da Google Italia – ma non c’è ancora una data certa. Il tutto, secondo alcuni, si iscrive nella volontà di Google di responsabilizzare gli utenti, nel tentativo di prevenire i commenti volgari e offensivi che, con la copertura dell’anonimato, abbondano su YouTube. L’ipotesi regge. Anche se viene da pensare che i dati sui gusti musicali e sui video preferiti da utenti reali devono valere una fortuna. L’aspetto economico legato alla real name policy non va sottovalutato: se la società di Mark Zuckerberg naviga nell’oro, lo deve ai profili sempre più accurati creati dai suoi utenti. Le abitudini sul web di persone reali e identificabili si possono monetizzare. Gli pseudonimi, invece, non dicono nulla e non sono appetibili. Nella pagina ufficiale dedicata agli inserzionisti, Facebook è chiarissimo: “Scegli il tuo pubblico in base a posizione geografica, età e interessi”. Per i crociati delle nymwars (c’è anche un’hashtag specifico da seguire su Twitter: #nymwars) le iniziative di colossi come Facebook e Google rappresentano tendenze pericolose. Chi vuole usare pseudonimi può sempre rifiutare di iscriversi e rifugiarsi in comunità online numerose e anonime. Come 4chan o Twitter.
Ma fino a quando? Esattamente un anno fa, in seguito ai London Riots, la polizia britannica ha chiesto proprio a Twitter di prendere in considerazione l’idea di forzare i propri utenti inglesi a utilizzare i loro veri nomi. Da marzo scorso, invece, i navigatori cinesi che si iscrivono a social network simili a Twitter – tra questi Weibo è uno dei più popolari – devono farlo fornendo il proprio vero nome. Una norma simile è stata introdotta (e poi ritirata quasi immediatamente) anche in Corea del Sud nel 2007. Anche i governi, dunque, non perdono occasione per dichiarare guerra agli pseudonimi sul web.
E così chi vuole passare inosservato sul web – continuando ad accontentare i “padroni” dei social network – ricorre a un sito molto popolare: Fake name generator. Si sceglie la nazionalità del nome, il paese di residenza, il sesso e la fascia d’età (o l’età precisa) desiderata. E il sistema genera un nome e cognome seguito da informazioni dettagliatissime: dall’indirizzo al numero telefonico fino al gruppo sanguigno e al numero di carta di credito. Dati falsi che si possono spendere online per essere – paradossalmente – più credibili.
C’è una celebre vignetta del 1993, realizzata da Peter Stainer per il New Yorker, che riassume alla perfezione il concetto di identità sulla Rete. Nel disegno ci sono due cani. Uno guarda scettico l’altro, seduto davanti a un computer. E sotto di loro la fulminante sentenza: “On the Internet, nobody knows you’re a dog / Su Internet nessuno sa che sei un cane”. Erano i primi anni Novanta, poco prima dell’esplosione del web. Un tempo in cui davvero ci si poteva aspettare (e immaginare) di tutto all’altro capo della connessione. Oggi molti cani hanno una pagina su Facebook. Ma spesso usano il loro vero nome.
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MA È UNO SCONTRO INUTILE. VINCERANNO GLI UTENTI
di Riccardo Luna
Anche se posta un commento oltraggioso su You-Tube firmato zio Paperone, c’è sempre un nu-mero che identifica la connessione e che consente quindi di risalire alla vera identità dell’utente. Qui stiamo parlando di pseudonimi, non di anonimi, sebbene il confine fra i due concetti sia recentemente saltato con il fenomeno di Anonymous, che è lo pseudonimo di una rete anonima di attivisti che fa disperare governi e mul-tinazionali e che difende, appunto, la libertà in rete. Fin dagli albori, infatti, nessun luogo è parso più adatto della Rete ad assumere identità multiple. Nelle prime chat di Internet poteva capitare di passare ore o anche mesi a parlare con qualcuno senza essere sicuro nemmeno del fat-to che fosse maschio o femmina. Poi è arrivato il world wide web e la tendenza verso l’utilizzo di identità fasulle ha trovato il suo apice nel mondo parallelo di Second Life. È durato una stagione, il pendolo è improvvisamente passato dalla parte delle persone reali con l’avvento di Facebook: la piattaforma di Mark Zuckerberg infatti funziona costruendo per ciascun utente una rete di relazioni che hanno senso solo per persone vere. Come puoi suggerire l’amicizia di qualcuno che è stato a scuola con te o che tifa per la tua stessa squadra, se il tuo profilo è totalmente inventato? Facebook è così riuscita nell’impresa di far registrare quasi un miliardo (il traguardo è imminente) di persone reali con i loro dati. Poteva essere la fine degli pseudonimi e invece non è stato così, perché su Twitter ciascuno può prendersi il nome che vuole: ed è vero che i profili più seguiti sono quelli di persone autentiche e fortemente riconoscibili, da Lady Gaga a Obama, ma nessuno vieta di inventare un account di grande successo (come per esempio la parodia della regina d’Inghilterra, che nessuno sa chi sia). Ora è il turno di YouTube: rilancia le nymwars per evitare di essere infestata di migliaia di commenti oltraggiosi sot-to ogni video. Ma pare purtroppo dimostrato che non ba-sta imporre agli utenti di usare le proprie identità reali per ridurre in modo significativo la piaga dei disturbatori: la Corea del Sud ci ha provato invano, ottenendo un miglioramento dello 0,9 per cento. La questione nomi reali/pseu-donimi non ha quindi una soluzione definitiva, ma di-pende, oltre che dal buon senso, dalla piattaforma tec-nologica (e dal modello di business che c’è dietro: Face-book e Google vendono profili mirati di utenti specifici, Twitter vende l’analisi di miliardi di tweet per analisi sociali di massa). Come nella vita, così nella Rete ci saranno luoghi dove potremo andare senza dire chi siamo o inventando delle identità, ed altri dove invece dovremo mostrare i documenti (ovvero registrarci magari usando i dati che abbiamo già dato a Facebook, tramite la funzio-ne Facebook Connect). Sapendo che nel secondo caso ci sa-ranno più controlli e quindi meno libertà. La minore libertà è il motivo che ha reso il dibattito così infuocato ai tempi di G+. Ma anche quando Facebook ha provato a costringere lo scrittore Salman Rushdie a cam-biare nome per prendere quello usato sul suo passaporto. O quando, qualche giorno fa, Twitter ha provato a cancel-lare il profilo di un giornalista dell’Indipendent che aveva postato un messaggio ritenuto inopportuno. In tutti questi casi è accaduto un fatto importante: la “community” degli utenti è insorta costringendo i proprietari della piattaforma a impacciate marce indietro. Pseudonimi o no, oggi gli utenti contano di più dei fornitori del servizio.
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“COSÌ INTERNET È DIVENTATA LA FABBRICA DELLE BUFALE”
di Giuliano Aluppi
Dalla lista fasulla dei successi di Hollande al mai avvenuto incidente mortale di Brad Pitt in snowboard, inventato per scherzo su un sito a fine luglio, l’attendibilità dei media online è spesso in discussione. A fare luce sul tema è uno dei più abili influencer in circolazione, che ha appena gettato la maschera in un libro dove rivela i trucchi del mestiere. Si chiama Ryan Holiday, ha 25 anni ed è responsabile marketing di American Apparel, celebre azienda di abbigliamento degli Usa, ed è editorialista su Forbes. Il suo J’accuseè Trust me, I’m lying: confessions of a media manipulator (Portfolio). «Il pianeta dell’informazione è in crisi, e una delle cause principali è il modello di business dei siti di news e dei blog – spiega -. Tutto nasce dalla differenza-chiave tra un giornale cartaceo e un sito di news: il giornale ha uno spazio limitato e quindi deve giocoforza selezionare i contenuti che passerà ai lettori. Per siti e blog è diverso: in pratica non c’è limite allo spazio occupabile su Internet e quindi si pubblica di tutto, senza troppi patemi né controlli». Portali, siti e blog si sostengono vendendo visualizzazioni (gli onnipresenti banner) e clic (gli annunci testuali di Google). E tutta la filiera dell’informazione online è finalizzata ad ottenere il massimo numero possibile di visite e di clic. «Alcuni blogger possono fare qualsiasi cosa per pubblicare un post in più, anche quando non hanno davvero una notizia ma soltanto un’indiscrezione poco attendibile. Così chi scrive online, potendo ritornare a piacimento sull’articolo già pubblicato per aggiornarlo, cede spesso alla tentazione di schiacciare il tasto “Pubblica” quando ha buttato giù solo un’accozzaglia di rumours o un abbozzo embrionale di storia. Ciò permette agli influencer come me di conquistare titoli e spazi sui quotidia-ni sfruttando i talloni d’Achille della blogosfera». Vediamo come: «Gestivo le Pr di Tucker Max, un tizio che raccontando delle sue sbronze e delle sue conquiste è stato in cima alla lista dei bestseller del New York Times, e dovevamo pubblicizzare il suo film. Così abbiamo piazzato manifesti pubblicitari in diversi Stati e per creare un “caso” che finisse sui giornali abbiamo deciso di auto-vandalizzarli. Io stesso ho cosparso i cartelloni a Los Angeles con adesivi e scritte offensive, che accusavano Tucker Max di essere un porco maschilista. Poi ho fotografato il tutto, ho creato un account email anonimo e ho mandato le foto a diversi blog di rilievo come se io fossi so-lo qualcuno che ha notato i cartelloni per caso. I blog hanno subito messo in evidenza la “notizia” senza accertarsi della sua provenienza o fondatezza. La grande stampa l’ha ripresa e siamo finiti sui maggiori quotidiani senza spendere un soldo. La settimana dopo a New York c’è stata una manifestazione femminista con le attiviste che sfregiavano i manifesti del film, ed è partita una campagna nazionale!». Un altro meccanismo che funziona diabolicamente bene nel passaggio da Internet alla carta è il finto scoop. «Per Halloween avevamo preparato dei costumi identici alle mise di personaggi famosi come Lady Gaga. Avevamo fatto delle foto che però non volevamo usare in una iniziativa Pr classica, perché avremmo dovuto pagare a Lady Gaga i diritti sul-l’immagine. Allora mi è venuta un’idea: perché non mandare le foto a un blog importante spacciandole per “le foto segrete dei costumi di Halloween bocciati da American Apparel” trafugate da un dipen-dente infedele?» spiega Holiday. «Beh, ha funzionato. L’importante blog Gawkerci ha fatto subito un articolo e tutti gli altri media gli sono andati dietro. Scambiando un azzardo pubblicitario per uno scoop, ossia il falso per il vero». I manipolatori di pro-fessione come Holiday non si fanno scrupoli nemmeno a strumentalizzare Wikipedia, pur di far passare i messaggi che stanno a cuore ai loro commit-tenti. «Uno scrittore può dire, in un’intervista, di aver venduto centomila copie in un mese. Una volta uscito l’articolo, si scrive sulla pagina Wikipedia dello scrittore che sono state vendute centomila copie citando come fonte il giornale X. A questo punto è come se tu avessi creato un fatto: hai massima legittimazione, indipendentemente dalla verità».
Categorie: Politica, cultura
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FACEBOOK….Faccialibro.. mettiamoci la faccia.. mettiamoci anche la nostra dignità.. che pena nascondersi dietro l’anonimato.. puoi dire di tutto ed il contrario di tutto senza alcun pudore o assunzione di responsabilità.. appunto la responsabilità che collima con la dignità.. che paroloni per il povero anonimo che non ha il coraggio di mostrare il suo volto.. nascosto dietro il meschinismo per inveire contro tutto e tutti… LUI.. che parla male degli altri ma non fa nulla di meglio..LUI che cita paroloni ed anatemi vari.. ma poi..MANCO LA FACCIA ci mette.. LA FACCIA ..la dimensione della propria dignità.. FACCIA ZERO=DIGNITA’ ZERO…
ebbene si..io sono d’accordo con questo..odio parlare con gli anonimi..vuoi dire qualcosa? mettici la tua faccia!
La colpa non è mai dello strumento di comunicazione, semmai di chi lo usa per fini illeciti.
Skype, ad esempio, fino a poco tempo fa non era intercettabile, utilizzando la rete.
Le polizie del globo non erano contente di ciò, ma non ci potevano fare nulla.
Poi Microsoft ha speso una barcata di soldi, ha comprato skype e la fa girare sui suoi server, consentendo agli Stati di rilevare anche le comunicazioni skype grazie al buon Gates.
Personalmente non ho problemi… Altri ne hanno essendo nel mirino di Stato e/o regimi…
Altri usano semplicemente altri strumenti per realizzare i loro fini illeciti ed arrivano sempre molto prima del Sistema a padroneggiarli ( perfino io so come comunicare in rete senza trasmettere nemmeno un bit e quindi in modo assolutamente non intercettabile ).
La massiccia presenza di figli di putt, delinquenti e coglioni non dipende dalla rete, ma solo dai bipedi implumi che ne fanno un uso deprecabile !!!
Quando poi l’ iniziativa imprenditoriale sfocia impunemente nella circonvenzione e nella truffa, si dovrebbe perseguire il truffatore, invece di incensarlo perchè più furbo !!!
I più grandi Hackers della storia sono stati poi assunti con stipendi da favola dalle grandi aziende multinazionali: non solo in Italia i furbi sono premiati, soprattutto se delinquono impuniti !
Io invece spero che si faccia questa cosa. Magari si potrebbero applicare statuti speciali per chi ha problemi di vario tipo. La verità è che per gran parte degli iscritti, i social network sono la scusa per tirare fuori il peggio della loro viltà. Nascono gruppi infami che parlano male di down, omosessuali, obesi, scrittori “antipatici” … a loro, come Saviano o Travaglio. E il problema non è la critica, che è costruttiva e necessaria, ma la gratuità del male che si scaglia. Twitter ha delle potenzialità comunicative immense, ma è anche il pretesto per insultare pure Dio in cielo quando se ne ha voglia, e persino questo potrei accettare, ma a patto di vedere la faccia di chi lo fa, di sapere come si chiama. Certa che in questo caso, gli eroi coraggiosi si dimezzerebbero, perché il coraggio è una virtù parecchio carente in molti individui dell’ultimo secolo. Va anche detto che il mondo, per fortuna, non sta tutto qua, sul web, e che il bene, per una specie di sfortuna, non fa mai troppa notizia, non per questo non esiste.
Sono molto contenta di aver potuto toccare con mano la più grande rivoluzione culturale dopo il cinema, cioè il web, perché apre infinite possibilità comunicative e di studio, ma non può essere tutto permesso con la scusa dell’anonimato. Ed è indecente che s’inventino notizie e scandali per puro tornaconto commerciale.
Ogni tanto mi scrive qualcuno per “Aiutarmi” a far marciare di più i miei blog. La mail, guarda caso, finisce sempre nello spam, e io non ci penso nemmeno. Non m’interessano le vie illecite per farmi conoscere.
Luisa.
Condivido Luisa….il bavaglio è una cosa, la responsabilità per chi scrive e il “metterci la faccia”, sono altro!
beh, è questa cosa è la figlia più o meno legittima della “strategia della televisione” quella che per intenderci sostituì la strategia della tensione ai primi anni ottanta… solo che è peggiore e per certi versi più devastante…
io ho sempre predicato il buon senso e la verifica delle fonti…
Ricordo, tempo fa, su un gruppo di Facebook, che era uscita la storia che caccia italiani avessero bombardato i ribelli appoggiando di fatto Gheddafi.,.. ecco… un esempio di quello che può diventare il web… da qui il mio richiamo al buon senso…
GIOVANNI….oltre al buonsenso (merce rara), una normativa severa….
Beh, NIVES, normalizzare il web non è facile, ora come ora è un far west…d’altro canto non è vero che siamo noi internauti per primi che – ad ogni tentativo di normalizzazione – parliamo di “bavaglio” o di “Gestapo”?
GIACOMO, ci vuole una disciplina per tutelare chi, come noi, rende note le proprie generalità, da chi agisce nell’anonimato! Ogni bavaglio mi vede contraria, però penso che la prateria vada in un certo modo resa meno terra di scorribande! Non so come, perchè la materia è troppo complessa, ma leggere il terzo articolo di dà i brividi!
sono assolutamente d’accordo con te, Nives… credo che ognuno di noi debba essere responsabile di ciò che scrive…
Leggendo l’ultimo articolo, mi chiedo se non fanno bene a combattere l’anonimato. Sinceramente non ho nulla in contrario, già utilizzo il mio nome vero e poi anche qui, per inviare la risposta, occorre fornire alcune indicazioni riguardo alla propria identità. Chiaro che, nel caso in cui norme più restrittive fossero approvate, in caso di furto d’identità, i gestori dei social network dovrebbero essere ritenuti responsabili dei danni materiali e d’immagine subiti dall’utente.
Riguardo all’innominabile….temo che abbia una tempra alla Andreotti….forse un rito Voodoo informatico.
Il secondo articolo attesta la dittatura della “community” degli utenti! e già il termine dittatura mi allerta i sensori! Ma devo capirci di più….
” La calunnia è un venticello”……………….di qualsiasi argomento si tratti, internet fornisce all’utenza un’arma terribile, ci rendiamo conto? Si può esaltare o rovinare una persona, se si usufruisce dei mezzi illustrati dall’articolo. Parlo di una persona, ma non oso pensare a cosa si potrebbe scatenare se si parlasse di un governo o di una istituzione Roba da fantascienza, ma di pazzi è pieno il mondo!
speriamo nessuno si periti di annunciare la morte dell’innominabile per scherzo!! i produttori di prosecco aumenterebbero le vendite e se non fosse per brindare a una speranza, sarebbe un successo.
Sto leggendolo a puntate…iniziando dall’ultimo articolo! Ne sono rimasta scossa! E’ veramente possibile costruire e confezionare dal niente uno scoop, o addirittura un fatto e dare un’eco enorme al niente, arrivando ad imprimerlo su Wikipedia, per il consumo di chi vi si rivolge, ignaro di cliccare su una bufala!!!!
Si, Nives, hai ragione. L’ultimo articolo è agghiacciante!